19/02/12

Il mio diario



Ho sempre tenuto un diario, da quando ero bambina.
 Lettura e scrittura, 
da sempre, sono le attività che hanno accompagnato la mia vita.
 Sino ad oggi, e spero per sempre. 
Giorno dopo giorno, anno dopo anno, raccontavo di me.
 Cambiava la calligrafia e cambiava la persona che raccontava, pur restando la stessa.
 Era il 1968, avevo dodici anni e il mio diario si chiamava confettino. 
 lo portavo sempre con me, 
ci appiccicavo sopra foto di cantanti, di oggetti che mi piacevano e di modelle
 a cui avrei voluto assomigliare. Ci scrivevo sopra tutti i giorni, era il mio amico. 
Di più, era il mio confidente: 
amori, scuola, discussioni con mamma o papà, tristezze, felicità. 
Tutto. 
Lo tenevo in borsa e ogni tanto ci scrivevo su qualcosa.
Quell’anno in vacanza mi pare dovessimo andare ,in un capeggio
non ricordo con esattezza. Un posto lontano, comunque. 
Come sempre partimmo la mattina e cominciammo a viaggiare. 
Ci saremmo fermati  a metà strada. 
Era luglio, faceva caldo, non avevamo l’aria condizionata.
Ricordo l’eccitazione del viaggio, il piacere dello stare in compagnia degli amici,
 di mia madre Insieme per due settimane, 
vivendo come in una sorta di zona franca dove tutto sembrava possibile.
Durante il viaggio di andata, prima di giungere al campeggio, ci fermiamo in un’area di sosta.
 Non di quelle organizzate, solo terra battuta su una strada che si arrampica in montagna
 per poi scendere verso il mare.  
Viaggiamo per un’altra ora almeno, su quella strada bella, a tornanti, in mezzo al verde
Arriviamo al campeggio. Infilo una mano nella borsa e Confettino non c’è. 
In un flash mi rivedo nell’area di sosta che scendo portandomi la borsa appresso,
 la borsa si apre e Confettino cade a terra. Comincio a piangere disperata.
 Mia madre cerca di consolarmi, e pratica come sono le madri,
 mi dice che mi regalerà venti diari , domani.......
Ma io non voglio “ venti diari”, io voglio quel diario. 
So dove l’ho perso, dico.
 Mamma si spazientisce
Io capisco ma non riesco a non sentirmi disperata, però dico: “Va bene”. 
Un amico di mamma, invece dice: “Tina, sali in macchina”. 
Non credo alle mie orecchie . Ubbidisco e con Renzo rifacciamo il percorso a ritroso. 
Su per i tornanti. Poi, d’un tratto,  l’area di sosta in cui ci eravamo fermati e lì,
 a terra, con le pagine sfogliate da un refolo di vento, Confettino.
Non credo di poter spiegare cosa ho provato.
 No, non trovo le parole.
Avevo fatto il viaggio di andata in lacrime, 
ho fatto il viaggio di ritorno senza smettere di parlare un secondo.
 Ancora oggi che di anni ne ho 56, sono i miei due modi per esprimere dolore e gioia:
 silenzio e lacrime, parole a raffica e risate.

Me lo ricordo come fosse accaduto ieri. E ricordo la faccia di mia madre. 
Ma nemmeno per descrivere quella ho le parole. 
Solo, non l’ho dimenticata.


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